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Food&Travel

Cosa vedere a Genova, dove mangiare, come muoversi in sicurezza

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Genova non si regala al primo sguardo.
Ecco perché vale la pena scavare.

Genova non è una città che ti abbraccia subito. 

Ci sono arrivata la settimana dopo Ferragosto, con l’idea vaga di una città di mare, di palazzi nobiliari e crêuze in cui perdersi, e invece mi sono trovata davanti a qualcosa di più stratificato, fatto di sensazioni contrastanti. Forse proprio perché città portuale, da sempre crocevia di culture diverse, ho avuto spesso la sensazione di trovarmi all’estero. 

Una riflessione onesta, però, va fatta: Genova è complessivamente una città sicura di giorno, ma alcune zone richiedono attenzione, soprattutto di notte. Perdersi tra i caruggi ha il suo fascino, ma non sempre mi sono sentita del tutto a mio agio, e in alcuni punti del centro storico si percepisce un clima un po’ meno rassicurante, anche in pieno giorno. Vale quindi la prudenza di sempre. Meglio prediligere le vie principali ed evitare i vicoli più isolati quando i locali chiudono. E se ci si accorge di essere finiti in una zona poco sicura, tornare semplicemente sui propri passi, senza esitazioni.

Due Genova, una accanto all’altra

È questo il punto: qui convivono due città. C’è la Genova dei fasti, quella dei palazzi dei Rolli, delle gallerie degli specchi, dei soffitti affrescati e delle famiglie che nel Cinquecento e nel Seicento si contendevano il prestigio a colpi di marmi e stucchi. E poi c’è la Genova dei caruggi, un dedalo di vie strette e buie che si arrampicano una sull’altra senza una logica apparente, che mi ha ricordato, nell’intrico, nell’ombra, in quella sensazione di essere osservata, il Barrio Gotico di Barcellona.

Il contrasto tra queste due anime è quello che, alla fine, mi ha spinta a raccontare questa città in modo diverso. Non i soliti scorci da cartolina, non l’ennesimo elenco di crêuze e ascensori panoramici, ma un itinerario più personale: un viaggio nell’architettura, tra stanze, oggetti e dettagli che parlano delle mie passioni.

Palazzo Rosso

Un mezzanino intimo

Tra i Musei di Strada Nuova (il biglietto unico comprende anche Palazzo Bianco, Palazzo Doria-Tursi e il Museo di Sant’Agostino), Palazzo Rosso è quello che mi ha conquistata di più, e non per le sale principali.

È il mezzanino ad avermi sorpresa. Anton Giulio II Brignole-Sale lo aveva pensato come un piccolo appartamento privato, più intimo rispetto agli ambienti di rappresentanza del palazzo. Gli spazi, più bassi e raccolti, hanno qualcosa di soffocante. Ma poi arrivano gli specchi e tutto cambia: i corridoi si dilatano, le pareti si moltiplicano e perdi completamente il senso dello spazio. È un piccolo labirinto, dove per un momento non sai più cosa sia reale e cosa sia riflesso.

E poi c’è l’alcova. Un letto importante, quasi esagerato, che si prende tutta l’attenzione della stanza. È uno di quei dettagli che mi fanno dimenticare per un attimo di essere in un museo e iniziare a immaginare la vita di chi quelle stanze le ha davvero abitate.

Un attico di design

E poi c’è l’appartamento dell’ultimo piano, quello che da appassionata di interior design mi fa restare più a lungo del previsto.

Nel giugno del 1955 Domus dedica un articolo agli spazi delle Dipendenze di Palazzo Rosso, all’epoca ancora separati dal museo. Franco Albini li ristruttura per Caterina Marcenaro, allora direttrice dei musei civici genovesi, trasformandoli nella sua abitazione privata. Qui antico e contemporaneo convivono in modo sorprendentemente naturale: opere d’arte, arredi e dettagli moderni si incontrano senza che nulla sembri fuori posto.

Gli ambienti hanno qualcosa di molto vissuto, quasi domestico, pur restando estremamente scenografici.

Nella cucina ritrovo le sedie vintage in formica, le stesse presenti nell’appartamento in cui soggiorno, Le Finestre di Santa Brigida. Una piccola connessione che non mi aspettavo e che mi fa notare ancora di più quanto certi elementi dell’interior genovese ritornino, quasi senza volerlo.

E poi c’è il camino. Una presenza importante, impossibile da ignorare. Uno di quegli elementi che da solo riesce a dare carattere ad un’intera stanza.

Una finestra sull’Oriente: il Museo Chiossone

C’è una tappa, in pieno centro, che quasi nessuno mette in agenda: il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, all’interno del parco ottocentesco di Villetta Di Negro, che affaccia su una delle piazze più eleganti di Genova, piazza Corvetto. L’edificio, rivolto verso il mare, è in perfetto stile razionalista, progettato da Mario Labò per custodire la collezione donata alla città da Edoardo Chiossone, incisore genovese che visse a Tokyo dal 1875 al 1898.

Ci si arriva accompagnati dal rumore di una cascata e dal silenzio del parco, un preludio perfetto per immergersi nell’immaginario orientale, fatto di riflessione, ordine e silenzio: reperti archeologici, armature, pennelli, porcellane, piccoli oggetti quotidiani, sculture buddhiste. È un luogo dove rifugiarsi e rigenerarsi, con vista su tutta la città, e per fortuna ancora poco frequentato dai turisti.

Da lì, risalendo la collina, il passo successivo è naturale: l’Antica Farmacia Sant’Anna dei Frati Carmelitani Scalzi. È la più antica bottega storica di Genova e l’unica spezieria monastica ancora in attività. Ma più che una farmacia, sembra un piccolo mondo rimasto sospeso nel tempo: si possono acquistare prodotti preparati ancora oggi nel laboratorio interno, seguendo antiche ricette, e incontrare Frate Ezio, il celebre frate erborista che da anni ne è l’anima.

Un luogo da attraversare senza fretta, lasciandosi guidare dai profumi, dagli scaffali e da una bellezza discreta. Un’altra piccola oasi di pace nel cuore della città.

Palazzo Reale: la Galleria degli Specchi

Sempre nel circuito dei Musei Nazionali di Genova (il biglietto include anche Palazzo Spinola di Pellicceria), Palazzo Reale custodisce una delle esperienze più immersive: la Galleria degli Specchi.

Originariamente pensata dai Balbi come spazio espositivo per dipinti e sculture, viene ridisegnata attorno al 1725 da Domenico Parodi su commissione di Gerolamo Durazzo. Oggi è un ambiente monumentale, quasi teatrale, dove proporzioni, luce e riflessi lavorano insieme per amplificare la percezione dello spazio. Le specchiere moltiplicano le fonti luminose e restituiscono continuamente l’ambiente a se stesso, creando una profondità quasi irreale.

Qui lo specchio non è semplicemente un elemento decorativo: diventa parte dell’architettura modificandone i confini. È questo gioco tra materia, luce e riflesso a rendere la Galleria così immersiva.

Mi ha ricordato immediatamente alcune architetture parigine, per quella stessa capacità di plasmare gli interni attraverso la luce e la sua rifrazione. Un ambiente nato per rappresentare il prestigio di chi lo ha commissionato, ma che ancora oggi racconta quanto il progetto di un luogo possa trasformare radicalmente il modo in cui lo percepiamo.

Palazzo Spinola: specchi e cucine ottocentesche

Palazzo Spinola di Pellicceria è stata, per me, una vera scoperta: tantissimi piani da percorrere, un’infinità di oggetti e curiosità, al punto da diventare una delle tappe che consiglierei di non saltare. 

Ancora una volta, sono soprattutto i mezzanini a sorprendermi. Quegli spazi bassi e appartati, un tempo destinati alla servitù, custodiscono le cucine storiche del palazzo, conservate nel loro aspetto ottocentesco. Ci sono il grande lavandino in marmo della tradizione ligure (presente anche nell’appartamento dove ho soggiornato) e la ruota che azionava il montavivande per far salire i piatti al piano nobile. Qui si trova anche un “ronfò“, una particolare cucina in muratura che prende il nome dal suo inventore, l’americano Benjamin Thompson, conte di Rumford: un sistema di pentole sagomate incastrate nei fornelli, pensato per ottimizzare il calore e ridurre il fumo.

Dettagli molto concreti, che restituiscono alla casa una dimensione quotidiana e raccontano il palazzo da un punto di vista completamente diverso da quello delle sale di rappresentanza.

Anche Palazzo Spinola ha la sua galleria degli specchi, realizzata intorno al 1734 per volere di Maddalena Doria e decorata da Lorenzo De Ferrari. Qui tutto sembra rispondere a un preciso gioco di proporzioni e riflessi: il pavimento geometrico, il lampadario volutamente decentrato, le finestre che aprono lo sguardo verso l’esterno. Nulla è lasciato al caso e lo spazio sembra dilatarsi proprio grazie alla relazione tra questi elementi.

Un appunto sui biglietti (e sul tempo per godersi tutto)

Attenzione alla validità dei biglietti!
Quello dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Bianco, Palazzo Doria-Tursi, Palazzo Rosso e il Museo di Sant’Agostino) deve essere utilizzato nella stessa giornata, mentre il biglietto cumulativo per Palazzo Reale e Palazzo Spinola ha una validità di un anno.

È un dettaglio da considerare quando si costruisce l’itinerario, soprattutto perché visitare questi palazzi richiede tempo. Personalmente troverei più sensato prevedere una validità minima più ampia, almeno 48 ore, così da permettere di distribuire le visite in due giornate senza trasformarle in una corsa contro il tempo.

È anche un invito a ripensare il modo in cui vogliamo vivere questi luoghi: palazzi di questo calibro meritano di essere attraversati con calma, osservati nei dettagli e non semplicemente “spuntati” da una lista. Una maggiore flessibilità dei biglietti potrebbe favorire un turismo meno mordi e fuggi e un’esperienza più attenta, a vantaggio dei visitatori ma anche dei musei stessi.

Il Castello D’Albertis e l’ascensore di Montegalletto

La dimora del Capitano Enrico Alberto D’Albertis, navigatore, alpinista, naturalista e grande viaggiatore, è un luogo in cui la sua curiosità sembra essere rimasta intatta. Ogni ambiente racconta qualcosa delle sue passioni e dei suoi viaggi: dalla Camera delle Meraviglie al Salotto Turco, dalla Sala delle Meridiane alle collezioni di arte precolombiana, degli Indiani nordamericani e dell’Oceania.

La Cabina Nautica, in particolare, è quella che mi ha colpita di più. D’Albertis è uno di quegli uomini che sembrano incapaci di stare davvero fermi: anche quando è a casa, vuole continuare a sentirsi in mare. Per questo si fa costruire una piccola cabina da letto ispirata a quelle di bordo. Un ambiente minuscolo, quasi claustrofobico, ma proprio per questo sorprendente: forse il dettaglio che più di tutti racconta la sua personalità.

E poi c’è il modo in cui si arriva al castello: l’ascensore di Montegalletto, un impianto che unisce funicolare orizzontale e ascensore verticale. Più che un semplice mezzo per superare il dislivello, è già parte dell’esperienza. Prima scorre in orizzontale dentro la galleria, poi cambia direzione e sale verticalmente. Meno elegante dell’ascensore liberty di Spianata Castelletto, ma decisamente più originale. E quel cambio di direzione, quasi inaspettato, lo rende anche divertente: un modo insolito per arrivare in una parte di Genova che, una volta in cima, si lascia guardare da un’altra prospettiva.

Una piccola deviazione gastronomica: una volta arrivati in alto, fermati al forno Il Castello. La focaccia è una tappa obbligata!

Una gita fuori dal centro

Se hai tempo, vale la pena spingersi fino a Pegli, dove si trova Villa Durazzo Pallavicini. Purtroppo, durante il mio soggiorno ho dovuto rinunciare alla visita: capitando in settimana, avrei potuto vedere soltanto il parco, mentre la Sala Verde, il Castello del Capitano e le Grotte degli Inferi sono visitabili esclusivamente nei weekend e nei giorni festivi. Mi è dispiaciuto soprattutto per la Pagoda cinese e il Ponte a due campate: da amante delle architetture orientali, erano proprio gli elementi che avrei voluto vedere più da vicino. Sarà per la prossima volta.

Se stai organizzando la visita, tienine conto e prova a farla coincidere con un weekend: sarebbe un peccato arrivare fin qui e non poter vedere il percorso nella sua interezza.

Dove mangiare a Genova

Una piccola premessa per chi cerca una cucina vegetariana e vegana: a Genova non ho trovato un’offerta particolarmente ampia e interessante. Ho quindi raccolto gli indirizzi più particolari e che, per proposta e atmosfera, secondo me riescono ad accontentare gusti diversi.

Nella maggior parte dei casi ti consiglio di prenotare, soprattutto la sera, segnalando già eventuali richieste specifiche.

I miei indirizzi imperdibili

Per un brunch, un pranzo leggero o un aperitivo, Bar Gilda è uno degli indirizzi che ho amato di più. È il bistrot dell’Hotel Palazzo Grillo, un quattro stelle nato dalla ristrutturazione di uno dei Palazzi dei Rolli, con pareti a intonaco a vista e pavimenti originali in cotto. Il risultato è un ambiente tutt’altro che ingessato: un listening bar con un giradischi sempre attivo e una selezione musicale di livello, dettaglio che – da amante dei vinili – mi ha conquistata subito. Il tutto accompagnato da una cucina creativa e stagionale, di qualità, con le verdure protagoniste, e da un orario continuato che permette di fermarsi anche nel pomeriggio, senza i tradizionali limiti degli orari di servizio.

La Trattoria dell’Acciughetta resta un indirizzo solido e genuino, mentre il format gemello Quelli dell’Acciughetta ha un’anima più creativa, con accostamenti insoliti e una proposta che si allontana maggiormente dalla tradizione. Due indirizzi diversi, ma legati dalla stessa idea di cucina. Vale la pena provarli entrambi per coglierne le differenze.

Attiva dal 1528, l’Ostaia de’ Banchi prende il nome dalla suggestiva Piazza Banchi, dove sorge, in quello che è stato per secoli uno dei cuori pulsanti della vita commerciale genovese. Qui ho trovato una cucina ligure semplice e concreta, con il pesto sempre presente e qualche spunto più contemporaneo. Mi è piaciuto anche il menu, volutamente contenuto: poche portate che, per me, sono sinonimo di freschezza e attenzione alla materia prima.

L’ambiente è esattamente quello che ci si aspetta da una vecchia osteria genovese: informale, rustico, senza fronzoli. E soprattutto frequentato da gente del posto: il miglior biglietto da visita!

Cocktail d’autore in un palazzo dei Rolli

Per l’aperitivo, la scoperta passa da una scalinata discreta, accanto a un negozio di antiquariato: è salendo al piano superiore che si trova Les Rouges, all’interno di Palazzo Gio Vincenzo Imperiale, uno dei Palazzi dei Rolli. L’ambiente ha un fascino rétro, tra fregi cinquecenteschi, luci soffuse e dettagli d’epoca, in un’atmosfera elegante ma insieme conviviale.

Abbiamo assaggiato due proposte della carta: lo Spritz Genovese, rivisitato con l’Asinello Corochinato – un vino bianco aromatizzato, un vero must in città – e il Le Rouge, un mix di Campari, frutti rossi, pompelmo fresco e spumante. Fresco, equilibrato, di grande piacevolezza.

Se vuoi fermarti anche a cena, in carta trovi anche diversi piatti della tradizione ligure.

Prima o dopo l’aperitivo, vale la pena affacciarsi anche nel negozio di antiquariato al piano terra: non fa parte del locale, ma è una piccola tappa che completa l’esperienza.

Non solo ristoranti

Mesa Gastronomia è uno degli indirizzi che avevo segnato con più curiosità. Dopo vent’anni tra fine dining e hôtellerie, lo chef Matteo Romanò ha aperto un pastificio con cucina espressa, dove prepara pasta fresca da acquistare e, soprattutto, da assaggiare sul posto, con sughi e brodi fatti da lui. L’idea mi piace molto: entri in quello che sembra un piccolo negozio, scegli la pasta o ti siedi per assaggiarla appena preparata. Ci sono solo quattro posti affacciati sulla cucina e qualche tavolo all’aperto, il che rende tutto ancora più raccolto e informale.

Io, purtroppo, l’ho trovato chiuso, era agosto. Ma è già nella lista degli indirizzi da provare al prossimo giro!

genova giardino

Lo sapevi?

A Genova alcune finestre… non sono finestre.

Nel 1798 venne introdotta una tassa sulle aperture delle abitazioni: più finestre avevi, più pagavi. E i genovesi trovarono rapidamente la soluzione: murare quelle vere e dipingerne di finte sulle facciate.

Il risultato? Meno aperture, meno tasse. E palazzi che, a prima vista, sembrano avere molte più finestre di quante ne abbiano davvero.

Un piccolo capolavoro di trompe-l’œil e parsimonia genovese. Perché, a quanto pare, il braccino corto a Genova ha radici piuttosto antiche.

finestre dipinte genova

Quando andare a Genova

Ho visitato Genova la settimana dopo Ferragosto e, con il senno di poi, non sceglierei questo periodo per tornarci. Il caldo umido di fine estate non aiuta a percorrere a piedi il centro storico e il continuo sali e scendi tra vicoli, caruggi e colline può diventare piuttosto faticoso. A questo si aggiunge il fatto che molte attività restano chiuse.

Se puoi scegliere, punterei sulla primavera o sull’autunno: temperature più piacevoli, meno chiusure e tutto il tempo necessario per scoprire Genova con calma.

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