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Dove dormire a Genova: tra storia, arte e design

dove dormire a genova

Monastero. Atelier. Show house.

Bastano tre parole per riassumere cinque secoli di storia. Nessuna, da sola, spiega cosa provo nel varcare questa soglia, al secondo piano di un edificio antico incastonato tra le crêuze di Santa Brigida, a pochi passi dal porto di Genova.

Salgo una scalinata di pietra consumata da generazioni di passi e mi lascio alle spalle il chiacchiericcio della città. Poi, all’improvviso, il silenzio. Non è un silenzio vuoto: è pieno di presenze che non vedo ma percepisco. Le monache che nel Quattrocento scelsero questo pendio per costruire un monastero. L’ebanista inglese che tre secoli dopo trasformò l’ex dormitorio in una bottega all’avanguardia. E oggi, chi in questa casa ha scelto di viverci, di raccontarla, di aprirla a chi arriva da fuori, come me.

Ad abitare gli spazi, nelle fotografie, le opere delle artiste genovesi Benedetta Debenedetti e Alessandra Anselmi.

Santa Brigida: il quartiere di Genova che custodisce un antico monastero

Del monastero originario oggi restano poche tracce, nascoste tra le stratificazioni del quartiere. Le monache vi arrivarono da Sarzano, in fuga dagli scontri che dividevano le grandi famiglie genovesi, e il complesso prese forma come un piccolo labirinto di stanze, passaggi e percorsi separati. Spazi che permettevano a frati e monache di abitare sotto lo stesso tetto senza incontrarsi.

Poco più in basso, le facciate colorate incorniciano i truogoli, gli antichi lavatoi pubblici dove un tempo si lavavano i panni, mentre i vicoli si stringono e si aprono senza un ordine apparente. È qui che si ritrova quella sensazione tipicamente genovese: essere dentro una città che non si è mai preoccupata troppo di farsi capire al primo sguardo.

Dal dormitorio delle monache all’atelier di un ebanista inglese

L’appartamento in cui mi trovo occupa quelli che un tempo erano gli ambienti del dormitorio delle monache. Poi, nei primi decenni dell’Ottocento, la storia cambia ancora. Qui apre il suo atelier Henry Thomas Peters, ebanista inglese che in poco tempo si guadagnò la fiducia delle famiglie più in vista della città. È anche grazie a lui se queste stanze conservano una delle loro eredità più belle: gli affreschi che salgono sulle pareti e attraversano i soffitti.

E mentre li guardo, capisco cosa rende davvero preziosa una casa storica: non la perfezione di ciò che è stato riportato a nuovo, ma la possibilità di leggere ancora oggi le tracce del tempo e delle persone che sono passate da qui.

Il restauro conservativo: colori, materiali e imperfezioni volute

La sensazione più forte che mi lascia questa casa è forse proprio questa: qui niente sembra essere stato pensato per cancellare il tempo. Quando Valeria D’Agata ha deciso di riportare in vita questo spazio, ha scoperto gli affreschi quasi per caso, rimuovendo una tappezzeria che il tempo aveva reso fragile e ormai incapace di restare attaccata al muro. Invece di restaurarli, ha scelto di lasciarli così: segnati, incompleti, veri, coperti soltanto da una mano di protezione trasparente che ne rallenta il deterioramento senza nascondere nulla.

Rosa Brigida e i dettagli che raccontano questa casa

Anche il colore non è un dettaglio: è quasi un linguaggio. Un rosa caldo, creato apposta per questa casa e battezzato Rosa Brigida, dialoga con il terracotta e con un verde salvia che torna qua e là come contrappunto necessario. Una palette ispirata a ciò che si vede oltre le finestre, che attraversa gli ambienti e accompagna lo sguardo verso l’esterno, dissolvendo il confine tra casa e paesaggio.

In cucina, un antico lavabo in marmo scavato rimane nella sua posizione originale, più basso di quanto oggi siamo abituati a vedere, tipicamente ligure. Un esempio simile è conservato a Palazzo Spinola di Pellicceria, oggi Galleria Nazionale di Genova. Accanto, un’isola nello stesso marmo chiaro, sormontata da un baldacchino in ferro che richiama le vecchie tripperie genovesi.

Il giardino d’inverno e il piccolo hammam

Nel salotto c’è un giardino che nessuna stagione può far appassire. Vive solo di pittura e luce, quello che Carlo Ajmar ha dipinto sulle pareti, con foglie e fiori che sembrano ancora in attesa di sbocciare. Di fronte, una piccola consolle nasce dalla cornice di un antico caminetto e sorregge uno specchio d’ispirazione Art Déco, memoria di un’eleganza anni Trenta. La luce entra dalle finestre alte, scivola sulle pareti quasi a voler rileggere ogni crepa prima di lasciarla in ombra, si riflette nello specchio e attraversa la stanza. È difficile non fermarsi qui, almeno per qualche pagina, lasciando che il tempo faccia il resto.

Dopo ore trascorse a salire e scendere per i caruggi, il bagno sembra quasi una ricompensa. Al centro della stanza, un arco che richiama un hammam scandisce lo spazio, tra decori floreali e piastrelle diamantate nere che riportano alla memoria il fascino rétro e industriale delle stazioni della metropolitana londinese. Un piccolo viaggio nel viaggio, dove suggestioni lontane ed epoche diverse si incontrano senza bisogno di scegliere da che parte stare. Qui, a fine giornata, basta chiudere la porta per lasciarsi alle spalle Genova, almeno per qualche minuto.

C’è solo una cosa che manca a questa casa, penso: un giradischi che suoni in sottofondo l’Arabesque di Debussy. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dalle sue note perché il paesaggio oltre la finestra cambi forma, si faccia collinare e verdeggiante, attraversato da ruscelli e punteggiato di ulivi, proprio com’era una volta. È una pace che ha il sapore di un ritorno al passato: come se una storia che tutti davano per perduta fosse rimasta lì, ad aspettare solo qualcuno disposto a tornare ad ascoltarla.

giardino d'inverno genova

Un giardino segreto, sospeso sopra la città

Fuori, incastonato tra due palazzi, un piccolo giardino segreto adornato di felci raccolto intorno a una vasca in ghisa d’epoca.

Mi siedo lì qualche minuto e penso che questa casa non abbia mai smesso di essere un luogo di passaggio. Prima le monache, poi l’ebanista e i suoi committenti, oggi le mostre, le presentazioni di libri, gli incontri che continuano a prendere vita tra queste mura. Cambiano le persone, cambiano le storie, ma qualcosa rimane: la casa continua ad accoglierle, una dopo l’altra.

Ed è proprio questo che me la fa tornare in mente una volta uscita. Non perché sia una casa perfetta – è proprio l’imperfezione, qui, il vero lusso – ma perché per una notte, o per qualche giorno, ti permette di abitare una storia cominciata molto prima di te.

Monastero, atelier, show house.

E, per chi avrà la fortuna di prenotare un soggiorno, ancora una volta: casa.

Anche solo per un po’, ma abbastanza per portarsene via qualcosa.

DOVE DORMIRE A GENOVA
Airbnb: Le Finestre di Brigida, Salita di Santa Brigida 29 – Genova
Instagram: lefinestredibrigida
Ad abitare gli spazi, nelle fotografie, le opere delle artiste genovesi Benedetta Debenedetti e Alessandra Anselmi.

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